La bimba che non doveva esserci. Invece è viva
CIRO’ MARINA – Plamena non doveva esserci. Plamena era morta. Poco dopo la nascita, il 26 aprile di 11 anni fa. In Bulgaria. Plamena non doveva esserci. Plamena, dagli occhi spenti e un sorriso pieno di luce, invece si dondola sul divano di casa ascoltando la musica che arriva dalla tv. Neppure l’autore di una soap opera avrebbe mai immaginato quanto accaduto alla famiglia di Plamen “Paolo” Matakev.
Plamena non doveva esserci. Nel 1999, all’ospedale di Jobol in Bulgaria, nasce prematura una bambina. È la figlia di Plamen e Veselina. È venuta alla luce con due mesi di anticipo, pesa circa 1,5 chili. Ha poche speranze. I medici la mettono in una incubatrice. I genitori, per la prima settimana vanno a controllare le condizioni della bambina. Poi, accade: “Dopo otto giorni dalla sua nascita – racconta il papà Plamen che da dieci anni vive e lavora a Cirò Marina dove tutti lo conoscono come Paolo – prima di entrare nell’ospedale una dottoressa ed una infermiera ci dicono che la bimba è morta e di non cercarla più”. In Bulgaria, in quegli anni, vigeva ancora una legge secondo la quale un neonato prematuro che non raggiungeva il chilo e mezzo di peso veniva considerato un aborto naturale. Così dicono le autorità sanitarie a Paolo e Veselina che, per questo, non ricevono neppure quello che doveva essere il cadavere della loro bambina. Per lo stesso motivo non viene redatto neppure un atto di morte.
Nel 2000 Paolo e Veselina hanno la gioia di avere un bambino: Dobrin. Considerate le condizioni economiche in cui si trova in Bulgaria, però, il capofamiglia decide di partire per l’Italia. Si stabilisce a Cirò Marina dove, dopo aver seguito un corso, diventa pescatore e si imbarca sulle paranze della marineria cirotana. Nel 2003 lo raggiunge la sua compagna. Paolo e Veselina non sono sposati, perché la signora è divorziata ed aveva già altri tre figli dal precedente matrimonio: ragazzi che Paolo ha cresciuto con il suo lavoro in Bulgaria. Intanto, dalla loro unione, era nata una seconda figlia: Alex. I quattro fanno una vita tranquilla ed onesta a Cirò Marina; i due bambini (dieci e nove anni) frequentano la scuola e ormai si considerano “marinoti” a tutti gli effetti.
Una telefonata sconvolgente
Nel giugno 2009 la vita di questa tranquilla famiglia bulgara, però, viene sconvolta. Squilla il telefono: dall’altra parte c’è un addetto dell’ufficio bulgaro dei servizi sociali. Comunica alla signora Veselina che in un orfanotrofio c’è una bambina che risulta essere la loro figlia data per morta nel 1999.
Plamena non doveva esserci. Invece era viva. Cosa era accaduto? Alla suocera di Plamen, che si era rivolta ai servizi sociali bulgari per avere un contributo per l’acquisto di supporti medici, era stato chiesto di compilare dei moduli per confermare di voler lasciare nell’orfanotrofio una bambina che era sua parente. Bambina? Parente? Alla famiglia non risultava nulla di ciò. “Nel 2009, quando abbiamo ricevuto quella telefonata – racconta Paolo emozionato – mia moglie è svenuta. Io suppongo che Plamena, visto che era nata prematura sia stata falsamente dichiarata come aborto al fine di poterla venderla a qualcuno. In Bulgaria, purtroppo, la vendita di neonati è una triste realtà”.
Il piano criminale, però, non è andato a buon fine perché Plamena, il termine è forte, era stata ‘danneggiata’: non era più buona per essere venduta. Infatti, la bambina aveva le retine degli occhi bruciate, probabilmente a causa di qualche medicina somministratale o di qualche manovra medica errata fatta mentre era nell’incubatrice. Plamena non doveva esserci. Invece era stata mandata in un orfanotrofio. Visto il suo difetto, la neonata era stata, si fa per dire, affidata ad una struttura per bambini abbandonati.
23 mila bimbi abbandonati all’anno
La Bulgaria, come risulta da un rapporto del 2007 (sul quale c’è anche un documentario tv trasmesso spesso dal canale satellitare Current) è il paese europeo con il più alto numero di bambini abbandonati: 23 mila all’anno. Sono strutture infernali (basta cercare su internet per rendersene conto) dove i bambini, molti dei quali con gravi patologie, non vengono curati come si dovrebbe.
Plamena non doveva esserci. Invece, ad undici anni, pesava appena 15 chili. Aveva movimenti compulsivi. Così l’hanno trovata Paolo e Veselina quando sono andati a riprenderla all’orfanotrofio di Koscariza dove era stata trasferita da un’altra struttura due anni prima di venire rintracciata: “Abbiamo dovuto sostenere due processi per poter riavere la bambina – racconta Paolo –, perché risulterebbe che noi avessimo firmato dei documenti nei quali dichiaravamo di non volere la bambina e quindi l’avessimo abbandonata. Documenti che, guarda caso, non si trovano da nessuna parte. Ma poi – sottolinea Paolo – noi avevamo già tre figli dal primo matrimonio di mia moglie, perché avrei dovuto abbandonare la bambina? Plamena in questi dieci anni non ha avuto alcun tipo di documento, ma era nostra figlia ed anche la prova del dna lo ha dimostrato. Mi fa rabbia aver scoperto che Plamena era stata per otto anni nell’orfanotrofio di Jobol, a un chilometro dalla nostra casa, e nessuno mi aveva mai detto nulla”.
Una nuova vita con i suoi cari
Plamena non doveva esserci. Invece, nella sua casa di Cirò Marina si gode la compagnia dei fratelli: sono stati loro i primi a chiedere di toglierla dall’inferno dell’orfanotrofio. Scherza col papà e le mamma. Mangia e cammina. “Quando l’abbiamo portata a casa è stata dura – dice Paolo – mangiava come fanno le bestie, raccoglieva il cibo con le mani, lo sminuzzava e se ne riempiva la bocca. Non voleva essere toccata, aveva paura di ogni suono. Non camminava se non per pochi metri, dormiva con le gambe alzate”.
Plamena non doveva esserci. Invece ha l’affetto di una famiglia. Ora mangia ogni cibo come il pesce che il papà Paolo va pescare, gioca con le bambole ed ascolta la musica. Gira per casa anche senza accompagnatori orientandosi col tatto. Le piace stare tanto sotto la doccia. Accoglie gli amici che entrano a casa sua e li riconosce sentendone l’odore. Sorride quando va a passeggio. Frequenta per la prima volta una scuola vera. “Ha preso peso – dice il papà – e fa lunghissime passeggiate sul porto; cammina con movimenti più sicuri anche grazie alle scarpe ortopediche che le abbiamo comprato. E poi le piace tanto uscire a camminare. A scuola, al plesso Edificio, nonostante non abbia un’insegnante di sostegno, abbiamo trovato delle maestre fantastiche che la seguono sempre: le piace stare a suonare ad una pianola che le ha portato una di loro”.
In cerca di medici che possano curarla
Plamena non doveva esserci. Invece è viva. E va curata. Papà Paolo, che a Cirò Marina è ben inserito e benvoluto da tutti, dopo aver ritrovato quella bambina che credeva morta, adesso vuole darle un’opportunità. “Alcuni medici in Bulgaria, quando abbiamo deciso di riprenderci Plamena ci scoraggiavano dicendoci che era una situazione difficile, che ci avrebbe creato problemi: insomma ci facevano capire che avremmo preso quasi una bestia. Io ho detto semplicemente che era mia figlia e non potevo lasciarla in quelle condizioni. Ed infatti, in pochi mesi da quando è tornata a casa è migliorata tanto. Ancora non parla, nessuno in questi anni le ha insegnato a farlo, ma capisce tutto anche se lo diciamo in italiano. Ora vogliamo curarla, provare a capire se c’è una possibilità attraverso un intervento agli occhi che possa tornare a vedere, vorremmo farla seguire da una logopedista. Abbiamo trovato tanta attenzione nell’Unione italiana ciechi di Crotone e nel suo presidente Francesco Scicchitano che è un grande uomo. Anche i medici Senatore e Bagalà ci stanno dando moltissimo aiuto. Ho messo in vendita la mia auto per avere dei soldi per fare visitare Plamena da uno specialista in una clinica di Nettuno che ci hanno indicato, per portarla da una logopedista e da un fisiatra”.
Plamena non doveva esserci. Invece ha trovato l’amore di un intero paese. Paolo, che lavora nel settore della pesca ha uno stipendio fisso solo pochi mesi all’anno, per il resto del tempo si arrangia come può facendo piccoli lavori, mentre la signora Veselina ormai si occupa a tempo pieno della bambina. I soldi per curare Plamena sono pochi, ma l’affetto della gente di Cirò Marina per questa famiglia è davvero tanto: “Io non mi vergogno a chiedere – dice Paolo – non posso farlo perché devo aiutare mia figlia. So che sono in ritardo per pagare l’affitto, ma il padrone di casa per ora ha detto che può aspettare. La macelleria di Alfì mi aiuta tanto, come la panetteria di Pucci o la pasticceria Santa Lucia. Ho trovato tanto calore”.
Plamena non doveva esserci. Invece, con gli occhi ancora spenti ma pieni di vita, si gode il sole sul porto di Cirò Marina coccolata dai pescatori amici del papà che per la festa di San Cataldo la vogliono portare in barca col santo.
Plamena non doveva esserci. Invece, il 26 aprile festeggerà, per la prima volta con la sua famiglia, il suo undicesimo compleanno. Chi può aiutarla le faccia un regalo.
Giuseppe Pipita
Una valle condannata a morte

CRUCOLI - La valle è brulla, argillosa, circondata da colline erbose che la nascondono alla vista. Si sentono le rane gracidare, segno che da qualche parte c’è anche un corso d’acqua. Sugli alberi tutto intorno volano e cantano gli uccelli. La natura è intatta, immacolata. Perfetta per ospitare…. una discarica.
Località Pieditorto, Comune di Scala Coeli (Cs), ai confini con quello di Crucoli (Kr). Da lla frazione Torretta ci vogliono quindici minuti di auto per raggiungere questa zona solo perché la strada provinciale 6 è davvero messa male. Per arrivarci si attraversa un’area, quella che costeggia il fiume Nicà, dalle potenzialità agricole immense. Potenzialità delle quali si è cominciato a prendere coscienza visto che, solo da quello che si vede dalla strada, si notano splendidi campi coltivati. Ci sono lussureggianti vigneti della zona doc del Cirò, imponenti uliveti della Dop Bruzio, profumati frutteti. Che la gente di Crucoli, Terravecchia, Umbriatico e Scala Coeli abbia deciso di investire nell’agricoltura in questa zona è evidente dai tanti campi in fase di preparazione, dai frutteti appena impiantati, dalle vigne giovani.
È davvero un peccato che lungo questa strada qualcun abbia deciso che debbano passare i camion con i rifiuti della provincia di Cosenza. Rifiuti che dovranno essere abbancati in una discarica da 70 ettari che il Commissario delegato per l’emergenza rifiuti della Calabria ha deciso di ubicare in questa valle.
A Crucoli, le cui colline si stagliano proprio sulla discarica, su questa vicenda c’è preoccupazione: “Io continuo a non vederci chiaro, il sindaco di Scala Coeli ed il Commissario per l’emergenza devono dirci cosa c’è sotto” dice il primo cittadino di Crucoli, Antonio Sicilia mentre osserva la vallata condannata ad diventare una discarica.
“La gente di Crucoli e di Torretta – continua Sicilia – è davvero preoccupata. Come i cittadini di Umbriatico, Cariati, Terravecchia. Ci siamo ritrovati una discarica così grande ai nostri confini, soprattutto in una zona ad alta vocazione agricola con le zone doc del Cirò e dop dell’olio. Che ne sarà di questi terreni dove, come si può vedere, la gente ha iniziato, forse per la prima volta, a fare degli investimenti seri in agricoltura? E poi come si può scegliere un posto così, vicino al fiume che arriva al mare sulla costa di comuni premiati con la bandiera blu? Fare una discarica qui mi sembra una pazzia”.
Ma c’è di più. La preoccupazione a Crucoli è ben altra di quella della “semplice” discarica per rifiuti solidi urbani. La preoccupazione ha il simbolo del nucleare. Appena venuta fuori la notizia che la località Pieditorto era stata scelta come sito per la realizzazione di una discarica, è venuto in mente che la stessa località era stata individuata dal governo per lo smaltimento delle scorie nucleari: la mappa di questi siti è liberamente consultabile sul sito internet di Greenpeace (www.greenpeace.org/italy/) . In effetti, la zona si presta bene per “conservare” i rifiuti nucleari: tanta argilla, rischio idrogeologico pari a zero, zona interna e poco visibile. Perfetta insomma per celare le schifezze atomiche.
C’è ancora un’altra terribile probabilità, però. Poco distante, in questa zona, il Consorzio di bonifica ha ottenuto un primo finanziamento di 500 mila euro per il progetto definitivo per la realizzazione di un invaso da 70 milioni metri cubi di acqua sul torrente Patia. Un progetto che, se realizzato, porterebbe acqua potabile alle città della costa. Ma che potrebbe anche servire per raffreddare i reattori nucleari di una delle nuove centrali atomiche che saranno realizzate in Italia grazie alla legge approvata proprio lunedì scorso in Senato dopo dieci mesi di dibattito e infischiandosene di un referendum e delle nuove tecnologie più ecologiche, meno costose e più redditizie. Entro sei mesi, comunque, dovranno essere scelti i siti: quello di Scala Coeli sembra essere in pole-position. Anche in questo caso le mappe pubblicate dal sito di Greenpeace mostrano che la zona del fiume Nicà è indicata come probabile scelta.
Tra la gente di Crucoli e Torretta la paura del nucleare è davvero alta. Anche perché la vicenda che ruota intorno ala scelta del Commissario Sottile di ubicare una discarica a Scala Coeli non è del tutto adamantina. Per una serie di coincidenze quantomeno curiose. Già di un “fantomatico” potenziamento delle discariche di Scala Coeli abbiamo trovato traccia in un verbale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse (presidente Massimo Scalia) datato 19 gennaio 2000. Tornando ai giorni nostri, è bene precisare che la scelta di fare una discarica a Pieditorto, almeno in prima battuta, è avvenuta anche con l’avallo del sindaco di Scala Coeli, Mario Salvato, e di qualche suo assessore che poi, messi con la spalle al muro dai loro cittadini hanno fatto una perentoria marcia indietro schierandosi contro e dicendo di non sapere nulla. Non era così. Lo testimoniano i documenti (pubblicati sul sito internet www.ilponte-online.it) : il 26 maggio 2009 il sindaco di Scala Coeli sottoscrive un verbale nel quale il commissario Sottile ed il sindaco Salvato convengono, “attesa la disponibilità del comune di Scala Coeli” di identificare il sito di Pieditorto quale “sito potenziale per una discarica di supporto al sistema dei rifiuti regionale”.
Inoltre, le parti convengono che al comune di Scala Coeli (che permetterà l’avvio delle indagini geognostiche ed i rilievi) spetteranno le royalties come per legge e la post-gestione trentennale della discarica. Più che un verbale sembra già un protocollo d’intesa. Ma non è finita qui: altri documenti testimoniano che il 15 giugno il Commissario delegato chiede alla Regione un contributo di 6,2 milioni di euro per il primo lotto di 400 mila metri cubi di discarica considerato che “con il comune di Scala Coeli si è convenuto che sia questo ufficio ad assumersi l’onere per la progettazione e realizzazione dei lavori” della discarica. Le sorprese non finiscono qui: il 4 giugno l’assessore comunale di Scala Coeli Domenico Fazio firma un certificato di destinazione urbanistica per la zona interessata alla creazione della discarica adempiendo ad una richiesta del commissario del 22 maggio 2009 antecendente alla riunione fatta col sindaco Salvato il che significa che quantomeno il primo cittadino un suo assessore e l’ufficio tecnico del Comune di Scala Coeli qualcosa sapevano e chissà perché hanno taciuto con i loro cittadini e i colleghi del comuni vicini. Cose da dare le dimissioni.
Qualcosa doveva saperlo anche la Provincia di Cosenza che per fronteggiare la sua terribile emergenza rifiuti continua a dislocare discariche ai confini con quella Crotone. Mario Oliverio (del Pd come il sindaco Salvato) dopo aver sistemato la pratica nella sua San Giovanni collocando una discarica a pochi metri da Caccuri, adesso prova a farne un’altra ai confini con Crucoli ed Umbriatico. Insomma, i danni della monnezza del cosentino li facciamo ricadere sui crotonesi. Il consigliere Leonardo Trento, fedelissimo di Oliverio, però dice di cadere dalle nuvole. Eppure, la convocazione per il 4 giugno, da parte del commissario Sottile della Provincia di Cosenza per siglare l’intesa sulla discarica avrebbe dovuto averla vista, quantomeno perché rappresenta il collegio.
Tutte queste stranezze non convincono il sindaco di Crucoli né Mario Zampino che sta organizzando il comitato territoriale contro la discarica che poi andrà a far parte di un’associazione intercomunale con rappresentanti di Cariati, Umbriatico, Terravecchia, Campana. “Contro la discarica, che sia di semplici, si fa per dire, rifiuti urbani o nucleari, noi siamo disposti a qualsiasi cosa – ribadisce il sindaco –. Giocheremo la partita fino in fondo appigliandoci ad ogni possibilità che ci darà la legge. Adesso stiamo attuando la parte istituzionale: aspettiamo fino a mercoledì per avere risposte dal Commissario Sottile. Se non ci saranno novità vedremo di organizzare la mobilitazione anche con i comuni vicini: la gente è unita contro la discarica ed è disposta a scendere in strada”. “Questo modo di fare – aggiunge Zampino che ha anche scritto a Beppe Grillo – ci fa sentire sempre meno italiani: c’è stata una serie di scorrettezze nei confronti dei cittadini che dovevano essere avvisati per poter dare un loro parere. Ci batteremo finché la decisione di fare qui la discarica non sarà ritirata”
Dalla collina che domina l’area di Pieditorto il paesaggio è splendido: si vedono le mandrie pascolare, il fiume Nicà che passa poco lontano, c’è una pozza d’acqua dove gongolano le raganelle. Si sente l’aria pulita della natura. Per favore, non sporcatela.
Giuseppe Pipita
Parco della matematica: abbandonato e violentato
Abbandonato e violentato. Due parole che spiegano bene quanto è accaduto e continua ad accadere al polmone verde di Crotone: Parco Pignera. L’area, recuperata dall’assessore dal “pollice verde” Marcello Praticò (tra il 1997 ed il 1999) che ne fece un posto per far giocare i bambini, è stata poi chiusa al pubblico in attesa di trasformarla in Parco della matematica con tanto di museo: costo complessivo 4,5 milioni di euro. Ma da allora è vittima dell’incuria pubblica e dell’inciviltà privata.
L’entrata. La zona, a causa dei lavori di realizzazione del Parco, è chiusa al pubblico. Tuttavia non è difficile entrarvi. Il lucchetto che ‘chiude’ il cancello del parcheggio dal lato di viale Falcone e Borsellino, è virtuale: basta spostare la catena dal gancio. Poi, tirando un po’ in dentro la pancia, ci si infila nello spazio… et voilà si è dentro.
Il degrado. La prima impressione è quella di trovarsi in una savana: erba alta, insetti, caldo. Si battono i piedi a terra nel caso ci sia qualche serpente nei paraggi. Il Parco della Matematica è stato pensato con diversi allestimenti che rimandano al mondo pitagorico. La prima installazione che si incontra è la “fontana del teorema” realizzata, naturalmente, con quadrati e triangoli. Un bel biglietto da visita all’ingresso del parco… completamente nascosto dalle erbacce. Si prosegue sul viale tra due alte schiere di cardi e rovi. Si capisce subito come il mix di disinteresse pubblico e vandalismo privato riesca a fare davvero male. Ogni tanto, tra i fiori di campo e le spine si intravede qualche installazione; più frequentemente, invece, c’è qualche lampione divelto di quella che doveva essere un’elegante illuminazione (alla fine se ne sono contati circa 15 tra completamente abbattuti e danneggiati). Le lucertole scorrazzano, mentre libellule e altri insetti godono di quel paradiso dell’incuria. Fazzoletti di carta, segno di qualche amore consumato alla svelta, costellano il tragitto. Alla piscina si arriva saltando tra le “aiuole” di erbacce: l’acqua è putrida e maleodorante, vi sguazzano la rane, mentre l’albero che era stato posto al centro è accasciato ed ormai privo di vita. L’imponente “Spirale logaritmica” è preda della ruggine e della natura, la “Pentapiazza” invece è abbruttita da orrendi graffiti per dichiarare amore eterno a qualche ragazza. Non si riesce ad andare oltre.
Il museo violato. Tornando indietro si prende la strada per andare alla moderna struttura che dovrebbe ospitare il Museo Pitagora. Un progetto all’avanguardia, pluripremiato del quale, appena due anni fa, il Comune di Crotone ha fatto vanto alla “Urban Promo’ di Venezia. Solo che dopo lo ha dimenticato lasciandolo in preda alle incursioni vandaliche di giovani imbecilli.
Questa volta non è come l’anno scorso quando furono danneggiate alcune vetrate della struttura. È peggio. Considerato che nessuno controlla più questo luogo (anche l’installazione della videosorveglianza non è completa) è diventato un posto di divertimento degli incivili. Adesso non è una vetrata ad essere stata rotta, ora sono intere facciate di vetro spesso parecchi millimetri ad essere state tirate giù. Il resto è stato preso a pistolettate. Le armi usate sono a metà tra i giocattoli e quelle vere: pistole e piccoli mitragliatori ad aria compressa (le scatole e le pistole rotte sono ancora lì). Anche i pallini usati sono dappertutto. Come ovunque ci sono i pezzi delle vetrate fatte cadere dalla terrazza. Sul piazzale sono finiti anche i seggiolini di qualche sala del museo.
Sul banco di quello che sarebbe dovuto essere l’ingresso troviamo anche gli strumenti per “farsi”: bottiglie d’acqua bucate per il fumo, cucchiai e bicarbonato per sciogliere e tagliare gli stupefacenti. Altro che matematica.
L’interno. La sala d’ingresso del museo, la stessa nella quale non ci fecero entrare mentre erano in corso i lavori, adesso è il tempio del vandalismo: graffiti e scritte sulle eleganti pareti nere, cavi di corrente tranciati, cartoni bruciati, pistole giocattolo rotte, bombolette di vernice abbandonate. E chissà cos’altro non si vede. I bagni sono stati divelti e sporcati. Il puzzo è forte. Che peccato. Si va via, tra l’erba alta, senza più battere i piedi per paura delle vipere. I veri animali sono gli uomini…
Giuseppe Pipita














